Renzi, guarda che siamo diventati

Renzi mi sta antipatico. Lo sanno tutti quelli che mi conoscono e cosa molto più importante lo so io. Infatti non ho difficoltà ad ammettere che i miei giudizi possano risultarne influenzati.
Sono anche consapevole di aver fatto ricorso in questi anni a un registro troppo aspro e a giudizi molto spesso severi forse oltre l’opportuno, ma sono certo di poter affermare che la sostanza delle mie critiche era corretta ed espressa in completa buona fede, giacché non devo niente a Renzi e tanto di meno ai suoi avversari.

Per tre anni, quindi, sono andato sostenendo la sua totale e costitutiva inadeguatezza a ricoprire il ruolo di segretario del Partito democratico. Le qualità per fare il premier invece mi sembrava potesse averle, ma la prova dei fatti ha smentito ogni ottimismo.

Il fatto è che io credo che Renzi sia responsabile di un imbarbarimento del dibattito pubblico senza precedenti. Sono anche convinto che la eventuale scissione del Pd non possa valutarsi che come una sciagura, ma altrettanto sinceramente non posso negare di aver misurato in mille occasioni che tra le diverse anime del Pd-  e parlo dei militanti – si è radicato un vero e proprio odio. Un sentimento inedito, profondo e insanabile.
Renzi mi è antipatico, l’ho detto, ma non al punto d’imputargli una colpa così grave gratuitamente. Però è questo che io credo: che sia colpa sua, che abbia estratto in questi anni il peggio da ognuno di noi. Tanto da chi lo avversa che da chi lo sostiene.
Dato che già non siamo chissà che gran popolo, uno che quasi sembra mettercisi d’impegno a farlo notare davvero non serve.

Le mani sulla rubrica del Pd

Mi hanno inoltrato una newsletter che Matteo Renzi invia a un numero presumibilmente enorme di nostri fortunati concittadini attraverso l’account del Pd matteo@partitodemocratico.it.
Mi ha colpito in particolare che, nonostante l’invio massivo avvenga attraverso un account del partito, nel testo si invitino ripetutamente i destinatari a rispondere scrivendo all’indirizzo privato matteo@matteorenzi.it.
Se significa qualcosa, potete deciderlo da soli. Per quanto mi riguarda, quando mi dicono che il Pd è diventato il Partito di Renzi capisco meglio di cosa parlano.

Dimissioni creative

Qualcuno ricorderà che l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, rassegnando le sue dimissioni le definì revocabili. La cosa ci fece tutti molto sorridere.
Recentemente è toccato all’assessore all’Urbanistica di Roma Capitale, Berdini, che qualche giorno fa ha rimesso l’incarico, ma si è visto respingere le dimissioni “con riserva”. Anche in questo caso abbiamo sorriso, ma non c’è stato tempo per approfondire perché le dimissioni dello stesso assessore sono diventate poi “irrevocabili”. E pace all’anima sua.

Dopo aver salutato Palazzo Chigi, con dimissioni annunciate, rinviate e poi confermate nel giro di pochi giorni, pare sia di nuovo il turno di Renzi. Il segretario sarebbe infatti sul punto di lasciare la guida del Pd. Il virgolettato che si legge un po’ ovunque recita così: “Mi dimetto ma resto reggente” (ipotesi sondata e ritirata in poche ore).

Ho ripensato a quella gag nella quale un giovanissimo Troisi lamenta le difficoltà che incontra nel trovare lavoro. O meglio, di lavoro ne trova – racconta – ma è sempre “lavoro a cottimo” oppure “lavoro nero”, “minorile” e via dicendo. Giustamente si domanda: ma è possibile che solo “lavoro” non se ne trova?
Proprio come succede con le dimissioni: ne abbiamo di revocabili, irrevocabili, postdatate, rimandate, con riserva e con reggenza. Non mancano, insomma, purché in forma creativa. E’ tempo di grandi innovazioni, bisogna comprendere.

Un’altra cena dei cretini

C’è da essere imbarazzati. Un po’ come quando siamo a cena con una coppia di amici che litigano. E litigano male, perché si mentono, non si rispettano ed è fin troppo evidente che non hanno alcuna voglia di essere lì, a litigare di fronte a noi. Eppure ci restano, rovinandoci la serata. Poi ci chiameranno ancora, noi non sapremo dire di no perché in fondo siamo affezionati e ci riproporranno la solita scena su ogni più piccola questione che consentirà di essere approcciata da due posizioni diverse.

Di peggio c’è che ogni volta ci appariranno meno onesti e interessanti, almeno quanto più deboli e pretestuose saranno le polemiche che porteranno in tavola. Probabilmente smetteremo di sentirci imbarazzati per noia, anche perché saremo ormai convinti che i due non hanno mai avuto alcuna voglia di andare oltre  la reciproca prevaricazione.

Non terranno chiaramente mai in conto che ci rovinano un sacco di serate, che ci sottopongono uno spettacolo triste e che rendono peggiore la nostra vita. Continueranno. Ci chiameranno ancora, ma un bel giorno capiterà che non avremo voglia di rispondere. E finiremo per non seguire più le riunioni del Pd.

Favorisca la patente

Sarebbe davvero divertente se quelli del Partito Radicale e di Radicali Italiani avessero pensato di trovare un po’ di spazio sui giornali inventando l’ennesimo scazzo interno, come fanno le soubrette e i calciatori d’estate. Si potrebbe perdonarli se lo scopo fosse quello, comunque ambizioso, di mettere insieme 6000 tessere entro l’anno. Purtroppo non è così: i primi, sedicenti pannelliani, hanno davvero sfrattato i secondi, semplificati dalla stampa in boniniani. E il punto in assoluto più basso della storia radicale è stato raggiunto.

La verità non sarebbe neanche così nera se un dibattito feroce fosse culminato in una scelta sofferta e divisiva, perché è normale, succede: si consumano le cose più solide, figuriamoci la scalcagnata – eppure così longeva – baracca radicale. Invece è dovuto finire tutto così, alla vigliacca: in mail, sulle bacheche di Facebook. Tra lo sdegno e lo scherno.

L’unica tradizione radicale che si è preservata nella rovina di queste ore è quella della vocazione cui ortodossi, esegeti ed esecutori testamentari vari non sembrano sapersi sottrarre: strappare la patente da radicale del prossimo. E tante ne hanno strappate da non risparmiare neanche la proprie.